I vertici annuali delle Nazioni Unite sul clima, noti come Conferenza delle parti (COP), sono diventati un esercizio rituale di ritardo piuttosto che un’azione decisiva. La recente COP30 a Belém, in Brasile, si è conclusa senza nemmeno riconoscere il principale fattore di cambiamento climatico: i combustibili fossili. Questo risultato, pur non sorprendendo molti osservatori, sottolinea un difetto fondamentale nell’attuale approccio internazionale ad una crisi in rapida escalation.
L’illusione del progresso
Il processo COP ha prodotto alcuni risultati. L’accordo di Parigi del 2015, che mira a limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, rappresenta un risultato fondamentale. Eppure, nonostante questo quadro, è evidente che il mondo non riesce a raggiungere i suoi obiettivi. La traiettoria attuale suggerisce che il riscaldamento supererà di gran lunga i limiti di sicurezza, rendendo l’accordo di Parigi sempre più simbolico.
La questione centrale non è la mancanza di comprensione scientifica: il legame tra combustibili fossili e cambiamento climatico è inconfutabile. Il problema, invece, risiede nella struttura basata sul consenso dei vertici COP. Le nazioni che dipendono fortemente dal petrolio e dal gas, come l’Arabia Saudita, hanno bloccato attivamente il linguaggio più forte che chiedeva una “transizione dai combustibili fossili”, nonostante il sostegno schiacciante di oltre 80 altri paesi. Questo è un fallimento sistemico: la necessità di un accordo unanime conferisce effettivamente potere agli attori più ostruzionistici.
Perché è importante: una crisi di tempo
Il mondo sta esaurendo il tempo. Ogni anno di inazione comporta danni sempre più irreversibili, da eventi meteorologici estremi al collasso dell’ecosistema. Il processo COP, che opera su cicli annuali con accordi non vincolanti, semplicemente non riesce a tenere il passo con l’accelerazione della crisi. L’analogia con una malattia mortale ignorata da un medico è calzante; stiamo ricevendo gesti educati invece di cure salvavita.
L’assenza di impegni concreti alla COP30 rafforza una tendenza pericolosa. Invece di spingere per riduzioni immediate della produzione di combustibili fossili, i vertici rinviano l’azione ai negoziati futuri, rimandando il processo mentre il pianeta si surriscalda. Questo non è solo uno stallo politico; è un fallimento della leadership.
Il percorso da seguire: oltre la diplomazia
La riforma del processo COP deve affrontare ostacoli insormontabili. Se il consenso politico non riesce a produrre cambiamenti significativi, la soluzione è altrove. L’attenzione deve spostarsi verso l’innovazione tecnologica e gli incentivi economici che rendono obsoleti i combustibili fossili. Ciò include l’accelerazione della diffusione delle energie rinnovabili, delle tecnologie di cattura del carbonio e dei meccanismi di mercato che penalizzano l’inquinamento.
La crisi climatica richiede un approccio pragmatico. Anche se la diplomazia ha il suo ruolo, fare affidamento esclusivamente sugli accordi internazionali quando la posta in gioco è esistenziale è una scommessa pericolosa. Il futuro dipende dalla ricerca di soluzioni che aggirino l’ostruzionismo politico e sfruttino le forze della tecnologia e dell’economia per guidare un cambiamento reale.
